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Sono giorni che rifletto sullo scrivere o meno qualcosa sul 6 aprile.

Ogni anno inizio a sentire quella strana sensazione già una settimana prima dell’anniversario, quando i ricordi iniziano a farsi strada, prepotentemente, tra gli ostacoli messi lì dai miei meccanismi di difesa.

Ogni anno riesco a farmi fare meno male dal tuffo al cuore che mi prende quando sbatte una porta, dai rumori, sempre più lontani, affievoliti dal tempo che passa – è passato? Quanto tempo è passato? -, dalla gente che è cambiata, alcuni in meglio, troppi in peggio.

Sono fortunata, lo sono stata e lo sono ancora, grazie ad una distanza geografica che mi ha salvata prima e lo ha fatto anche dopo, ogni giorno, negli ultimi dieci anni. Ed oggi posso anche dire di essere cautamente felice, di avere di nuovo voglia di progettare, senza stare lì a pensare che tanto 22 secondi sono più che sufficienti a distruggere ogni casa, ogni idea, ogni cuore.

Questo 6 aprile io non so cosa dire. È come se avessi vissuto in una dimensione parallela i cui a volte sembra passata una vita, altre soltanto poche ore; ho galleggiato in una sorta di limbo, probabilmente aspettando che la vecchia me, quella che non aveva nemmeno ventitré anni, morta con tutti i suoi progetti nel suo piccolo mondo, lasciasse andare la donna rinata a fatica tanto tempo dopo, imparando a non strapparle i capelli per tirarla a sé e costringerla a guardare ancora, ma camminando sempre accanto a lei, come farebbe una sorella maggiore, tenendole la mano sicura quando sarà lei a voler tornare a guardare.

In questi dieci anni ho permesso agli eventi di travolgermi, senza sforzarmi per impedire o accelerare processi più o meno dolorosi; ho permesso a chi amavo di sputarmi addosso giudizi sulla mia sofferenza – immotivata, a detta di alcuni, solo perché la mia casa non è venuta giù con me dentro – perché I conigli aju mare e le aquile alla montagna; avrei tanto voluto credere in un essere superiore per potergli dare la colpa di tutto questo perché, razionalmente, tutti sappiamo che non è colpa di nessuno se la terra ha iniziato il suo forsennato ballo proprio lì ed in quel momento.

Per tanto tempo mi sono tormentata pensando a come sarebbe stato se nulla fosse mai accaduto.

Ma oggi, grazie ad una razionalità prima sintetica e poi tipicamente trentenne, guardo indietro di dieci anni e vedo il fantasma di quella ragazza – che ne aveva quasi ventitré – che sorride perché sono andata avanti, seppur con tante difficoltà, e perché sono un’adulta che non ha mai smesso di amare la sua mamma lontana, fatta di freddo pungente e odore di calce, che va a trovare appena può e che sa essere sempre fiera di lei, anche se non è stato sotto i suoi occhi che è diventata grande.

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Luce

Umidità e caldo soffocante si attaccavano prepotenti ad ogni centimetro del mio corpo, bagnandomi le mani che scivolavano sulla pietra nuda.

Nel buio della stanza cercavo invano una finestra da cui lasciar entrare un po’ d’aria, magari una porta per fuggire da quell’inferno gocciolante ed ammuffito, brulicante di disgustose creature che posavano le zampe sulle mie braccia, alla cieca, mentre continuavo ad esplorare ogni centimetro di pietra, per scoprire una qualsiasi via di fuga.

Terrore e conati di vomito, poi il silenzio rotto da quella voce.

Dove credi di andare?

Avrei voluto rispondere a quella presa in giro, a quell’essere che ghignava divertito ad ogni mio sussulto; ma ero completamente paralizzata, incapace persino di rendere il respiro più regolare.

Di sicuro, ero li dentro da parecchio tempo; i capelli mi sembravano lunghissimi, le gambe stanche e doloranti, le unghie spezzate più volte nel tentativo di scavare tra le fughe dei blocchi di pietra, immobili uno sull’altro, il sangue incrostato sulle dita.

Non puoi fuggire di qui.

Ancora lui, divertito. Mi informava spesso del mio destino, di quanto fossi impotente e schiava del tozzo di pane secco che gettava ai miei piedi da chissà dove, una volta al giorno, tanto per placare i dolori della fame e tenermi buona per qualche ora. Riuscivo a contarmi le costole una ad una, ogni ossicino delle mani, le ginocchia appuntite; tante volte avevo desiderato che la morte venisse a prendermi, cercando di aiutarla tirando forti testate sulla pietra liscia.

Perché mi fai questo?

Sentivo questa frase ogni volta che provavo ad uccidermi, sentendomi colpevole, pur non sapendo a chi stessi facendo del male, se non a me stessa. E mi abbandonavo ad un pianto disperato, chiedendo perdono al buio della stanza, strappandomi i capelli per il male che stavo provocando ad un altro, mentre ferivo a morte me stessa. Era allora che mi lanciava il tozzo di pane secco, che divoravo con gratitudine ed avidità, gustandone ogni singola briciola come fosse il più prelibato dei banchetti; e non sentivo più nulla, niente dolori, niente stanchezza, nemmeno le pesanti catene che costringevano vicine le mie caviglie, nemmeno le ferite ormai infette che le dilaniavano. E ringraziavo il mio carnefice, credendo di amare la sua pietà, implorando silenziosamente per averne ancora, non vedendo mai esaudite le mie preghiere.

Era passato molto tempo da quando mi risvegliai in quella stanza buia. Non uno spiraglio di luce che mi permettesse di contare il susseguirsi dei giorni, non una fessura dalla quale sentire un alito di vento o il verso di un uccello; eppure, arrivata a quel punto, l’idea di uno spazio aperto mi terrorizzava, e mi sentivo quasi al sicuro in quella trappola per topi nella quale ero ormai certa che avrei finito i miei giorni. E convinta di non aver più nulla da perdere, decisi di smettere di cercare una via d’uscita e di restare seduta a terra, impassibile, senza più rispondere nemmeno al mio aguzzino, non avendo più paura della sua voce cavernosa, non accettando più i tozzi di pane secco che mi lanciava addosso.

Cosa vorresti dimostrare?

Impazziva quando non rispondevo alle sue provocazioni, tirava le catene che avevo alle caviglie e mi sbatteva contro il muro, mi tirava i capelli e mi alitava minacce ed insulti sul collo. Ed io restavo impassibile, distratta solo da una flebile luce – come di candela – che mi sembrava di veder tremare in fondo alla stanza, all’altezza dei miei piedi.

La raggiunsi con fare incerto, ignorando le urla e le botte del mio carnefice, avvicinandomi sempre di più, colpendo la pietra con tutta la forza che mi era rimasta, riuscendo a spostarla poco a poco.

Finalmente la luce entrava nel tugurio che mi teneva prigioniera chissà da quanto, investendo di caldi raggi l’uomo che mi teneva segregata e riducendolo in polvere come i vampiri di cui leggevo nei libri da bambina. 

Il calore di uno splendido sole sembrava volermi accecare, troppo abituata all’oscurità, ma attraversata da una nuova forza che mi permise di trascinare il mio corpo ferito fino alla piazza di un villaggio di pescatori, circondata da uomini e donne che fremevano per darmi il loro aiuto.

 Che giorno è oggi? – chiesi alla folla. Un uomo dagli occhi di bosco si avvicinò a me, porgendomi un pezzo di pane morbido e ancora caldo.

Oggi è martedì – .

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Fa silenzio

Mi piace l’inverno. 

Le fiamme scoppiettanti nel caminetto sembrano delle ballerine vestite di rosso, che saltano ad un ritmo scatenato, prima divise, poi unite in un’unica lingua che ondeggia morbida sui ceppi incandescenti.

Fuori la neve scende silenziosa, ricoprendo di un soffice manto bianco case, alberi, i carri lasciati fuori le stalle, silenziose vista l’ora tarda.

Decido di concedermi una serata di riposo. Metto a bollire l’acqua sul fuoco, la verso in una tazza dal bordo scheggiato e ci butto dentro una manciata di fiori e frutti essiccati. La stanza si profuma immediatamente di cannella, mela e gelsomino; il calore passa lento e delicato dalla tazza alle mie mani, fino alle raggiungere il resto del corpo al primo sorso.

Il silenzio della stanza è rotto solo dallo scoppiettío del legno nel camino e dal debole cigolío della sedia a dondolo sulla quale ho trovato riposo, quella che un tempo apparteneva a mia madre, quella sulla quale si cullava accarezzandosi la pancia piena di vita. 

È una notte perfetta –  mi dico, chiudendo per un attimo gli occhi, cullata da una quiete che vorrei durasse per sempre.
                    *                    *                    *
Mi sveglio di soprassalto.

Il fuoco è ormai spento, il profumo dell’infuso si è dissolto e dalle finestre ghiacciate entrano prepotenti spifferi che mi muovono i capelli.

Sistemo con precisione le coperte sul mio letto, sprimaccio per bene i cuscini ed un forte colpo alla porta mi fa sobbalzare; con gli occhi spalancati trattengo il fiato, come per paura di essere scoperta da chissà chi, mentre continuo a scrutare l’oscurità sperando, in cuor mio, di non trovarvi nulla.

Altri forti colpi alla porta, stavolta seguiti da una voce maschile che mi prega di aprire, implorando aiuto.

Mi precipito all’ingresso, apro la pesante porta di legno e lo trovo li, col respiro affannato e le vesti strappate, che mi sorride sollevato e si affretta ad entrare, per poi inginocchiarsi ai miei piedi per gratitudine.

Mentre sorseggia l’infuso che gli ho preparato mi racconta col suo solito fare teatrale dell’agguato notturno all’accampamento, della lotta che gli ha squarciato il viso, della fuga alla disperata ricerca di aiuto. Il mio.

Io non parlo.

Pulisco la ferita che ha sul viso e la medico con un unguento di erbe, lasciando che lui continui a narrarmi della sua folle fuga; attendo il momento del suo arrivo qui con il cuore che batte all’impazzata. Mi prende le mani, le bacia e mi sussurra un grazie che mi toglie il respiro. Si alza dalla panca di legno e, in piedi davanti a me, mi accarezza i fianchi, la schiena, mi bacia teneramente il collo e le labbra, con quella lingua prepotente e dolce allo stesso tempo, che esplora il mio corpo, ormai nudo e caldo al suo tocco. Mi entra dentro – una, due, cento volte – e mi stringe forte a sé. E mi sorride, stringendo tra le labbra parole d’amore che teme di pronunciare, ma che leggo chiare nei suoi occhi adoranti.


                    *                    *                    *


La luce del sole entra prepotente dalle fessure delle imposte di legno. Sotto le coperte ancora il calore della notte appena trascorsa, nell’aria il profumo della passione consumata più e più volte.

Mi giro verso il suo lato in cerca di un contatto, ma non lo trovo; sul cuscino una macchia di sangue fuoriuscito dalla sua ferita, a terra solo i miei vestiti, sulla panca gli aghi e i fili con i quali ho riaccomodato i suoi.

Non nevica più e si sentono i bambini giocare nella piazza del villaggio; un gran vociare racconta gli avvenimenti della notte appena trascorsa, applausi e grida di approvazione.

Sposto la tenda e mi sporgo leggermente dalla finestra per curiosare tra la folla e lui è lì, al centro dell’attenzione, con la sua ferita ancora fresca, a narrare al suo pubblico della violenza dell’attacco nemico, del freddo della notte e della fortuna nell’aver trovato nel bosco le giuste erbe mediche per la ferita che gli divide in due il viso.

Stringe forte a sé sua moglie, ringraziando a gran voce Dio per avergli concesso il privilegio di abbracciarla ancora. E mentre lei squittisce imbarazzata, lui si gira verso la mia finestra, mi strizza l’occhio sorridendo e, posandosi con discrezione l’indice sulle labbra, mi ordina dolcemente di tacere.

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Di demoni e disincanto

Quando la vita ti mette di fronte ai più svariati ostacoli, non lo fa mai a caso. Le prove alle quali si può essere sottoposti sono di natura varia e sempre imprevedibile; a volte possono dipendere dalle circostanze, altre da noi stessi, che decidiamo di aprire una porta anziché un’altra; può capitare che sia il Fato a metterci lo zampino, divertendosi, come un bambino capriccioso, a mischiare a caso le carte, a buttare tutto per aria, a far sparire pezzi importanti conquistati in una precedente e stremante battaglia. Fatto sta che, qualunque sia il motivo, può capitare che qualcosa vada storto.

Prendiamo i rapporti umani, l’amore nel dettaglio.

Gli esseri umani hanno il privilegio di essere custodi di una magia tanto spettacolare quanto pericolosa, in grado di rendere due persone reciprocamente indispensabili e, nel tempo di un battito di ciglia, sconosciute.

Capita di svegliarsi la mattina con addosso un’inspiegabile sensazione di benessere, quasi si riuscisse a sentire il profumo della luce che attraversa la stanza – come se la luce potesse averne uno! -; capita di avere gli occhi più belli del solito, di fare anche il più faticoso dei lavori col sorriso sulle labbra, di aspettare una giornata intera per una sola ora. Ma capita anche di avere il magone, il respiro affannato e le lacrime agli occhi. 

O magari di odiare.

Poco male, se si tratta di sentimenti; che sia amore o che sia odio, è sempre dettato dal cuore. Il brutto viene quando nemmeno il cuore ha più la forza – o la voglia -di dire  qualcosa, quando non si sente più nulla: odio, amore, mancanza. 

Nulla.

Ed una giornata vola senza il bisogno di proferire parola, tanto da rendere il silenzio un rumoroso fruscío, stancante, odioso, ma non abbastanza da scuotere il cuore e riportarlo all’attenzione. 

Niente sentimenti, niente sorrisi. I dettagli doppi che non entusiasmano più, neanche la voglia di toglierli di mezzo, neanche la voglia di mascherare che non si sente nulla con finti sorrisi. 

È questo il vero dramma: quando tutto l’impegno è di nuovo vano e a te, in fin dei conti, importa ben poco.
                    *                    *                    *
Pazienza. In fondo non mi chiedo altro che un pò di pazienza. Che sarà mai qualche giorno in confronto all’eternità?

Si, ma ho sempre avuto paura del bilico, del dubbio, dell’addormentarmi in un modo e lo svegliarmi in un altro, ma non per colpa mia. O forse si? È colpa della pazienza se, al mattino, mi sveglia la stretta allo stomaco? È colpa mia se non ho più voglia di sorridere, ma solo di vomitare?

Si, sarà sicuramente così, come ogni maledetta volta. E non so se sono triste, stavolta. Non so nemmeno se sono arrabbiata.

Io non sono.

Non sento nulla, che sia dolore, freddo o troppo calore. Sento solo un pesante senso di vuoto – paradossale come certi vuoti pesino più di certi macigni! -, un’apatia che non mi fa alzare dal letto la mattina, che fa scorrere più lentamente il tempo, che gonfia gli occhi di stanchezza ed il cuore di passato, probabilmente da dimenticare. Di nuovo.

Sono stanca al punto di non desiderare più nulla, di non lottare, di non distrarmi. Posso solo aspettare ed adeguarmi all’inevitabile ennesima frattura che, stavolta, sarà meno dolorosa. Forse.

Serve solo tempo, cara mia. Non ti è richiesto altro, se non un lento e tenero suicidio a colpi di pazienza.
                    *                    *                    *
Sono seduta sul divano di casa mia. Come un condannato, guardo spesso l’orologio appeso nella stanza accanto e tento invano di rilassarmi, trovando scomodi persino i morbidi cuscini che mi ha regalato mia madre.

La mente viaggia, torna indietro nel tempo – ieri, dieci giorni fa, due mesi fa -, proietta i suoi costrutti nel futuro; non riesco a vedere oltre, c’è una fitta nebbia che mi separa dalla verità.

Mentre cerco di attraversare quella coltre, un suono acuto rompe il silenzio della stanza. Apro la porta, profumo di sugo, un asciugamano blu; so che dovrei dire qualcosa, ma non riesco a parlare. Ma poi parole, come un fiume in piena, gocce salate che rigano le guance, nessun appiglio. Mi sento persa.
                    *                    *                    *
I primi giorni sono i più difficili. Sempre.

Assisto passiva ad una continua lotta tra istinto e razionalità, tra la mia parte debole, che piange e si strappa i capelli, e quella più risoluta, che ricorda alla sua sciocca sorella quante altre volte è già successo, quanti episodi negativi dovrebbero bastare per scordarsi di sporadici sprazzi di gioia.

Io sto nel mezzo, come ogni volta, incapace di schierarmi, se non per qualche minuto. Sento pesante il vuoto nella pancia, nel petto, nella testa, spettatrice del riproporsi di vecchie abitudini che dovevano essere morte – diceva – e che riconosco perfettamente, seppur vestite da bugie. Le solite.

Ora è la rabbia a governarmi, cieca e spietata, che mi punisce per ogni volta in cui ho abbassato la guardia, ricadendo rovinosamente nello stesso vortice di errori e follia, trascinata giù un’altra volta da braccia di fumo nero, tanto forti quanto evanescenti. Il solito abbraccio che muta presto in stretta mortale; il solito sorriso che muta in ghigno – magari lo era già -; le solite ferite che il sale fa bruciare come l’inferno.

Ora non mi resta che decidere quale sarà il prossimo passo: lasciarmi cullare da braccia demoniache o combattere il mostro con la bestia che ho dentro?

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La valigia

Mamma ha detto che dobbiamo andare a trovare i nonni. Non so dove abitano, ma so che la loro casa è molto grande e che, per raggiungerla, dobbiamo stare tanto tempo in macchina. Li a casa dei nonni c’è una stanza tutta per me e mio fratello: ha le pareti con tanti rami fioriti disegnati e, nascosto in un armadio, un bauletto con alcune bamboline con le quali mi piace giocare; mamma dice sempre che non c’è posto in valigia per i giocattoli, quindi ho la mia scorta a casa dei nonni, così non mi annoio mai.

Sul mio letto c’è una fila di mutandine, calzini e magliette, uno per ogni giorno che passeremo dai nonni; e c’è anche il vestito verde che metterò domenica a pranzo, anche se non mi piace per niente perché pizzica dietro al collo. Lo vorrei nascondere da qualche parte, ma mamma ha detto che non devo toccare le cose che ha messo sul letto, altrimenti perde il conto e deve ricominciare da capo. Sbuffo e me ne vado in cucina a fare un disegno.

Appena finito di colorare, torno in camera per far vedere il disegno a mamma. Tutti i vestiti che prima erano sul mio letto, ora sono nella valigia grande insieme a tutto il resto. Vorrei far vedere e regalare il mio bel disegno a mamma, ma dobbiamo sbrigarci a scendere, che papà è già in macchina e ci aspetta fuori. Lo lascio cadere sul letto, vado a fare pipì – mamma dice che poi in macchina mica la possiamo fare! -, la seguo di corsa: oggi andiamo a casa dei nonni!
                           *          *          *
Finalmente, dopo anni di studio e sacrifici, sono riuscita a laurearmi! Ho ancora addosso l’emozione di qualche giorno fa quando, indossando un completo nero e le perle di mia nonna, ho affrontato commissione e pubblico ed ho esposto la mia tesi, della quale sono stata orgogliosa fin dalle prime pagine.

Come regalo di laurea ho scelto, tra le varie opzioni che mi hanno concesso i miei genitori finalmente orgogliosi, un viaggio di una settimana al quale parteciperanno anche due mie carissime amiche.

Guardo la valigia ancora vuota sul letto. Devo scegliere con cura ogni singolo capo d’abbigliamento, accessorio, prevedendo fin d’ora tutti gli abbinamenti e sperando di portare con me le scarpe giuste. Ho letto su internet di alcuni locali molto affollati, in questo periodo; alcuni hanno addirittura la selezione all’ingresso ed io sembro ancora una diciottenne, con i miei jeans e le mie converse.

Come farò a far entrare tutta questa roba in una valigia così piccola? Che ci fa qui la tesi? Meglio toglierla di mezzo, devo ancora preparare il beauty case e correre in aeroporto. Metterò in ordine al mio ritorno.
                          *          *          *
Oggi sono felice: mia figlia è venuta a trovarmi! Non ricordo quand’è stata l’ultima volta che l’ho vista, ma credo tanti anni fa. Avrei voluto prepararle un dolce ma, una volta presi da frigorifero e dispensa tutti gli ingredienti, non sapevo proprio cosa farci. E poi, probabilmente, la passata di pomodoro non va nella torta di mele.

Sul mio letto c’è una grande valigia, che dev’essere uscita fuori dalla soffitta. Mia sorella la riempie con tutte le mie cose: la biancheria intima, le camicie da notte, anche il vestito che ho messo al suo matrimonio, quello blu tanto elegante, perché dice che non si sa mai. Non capisco perché mi stia preparando la valigia; non ho nessuna intenzione di andare in vacanza, soprattutto con mio marito in ospedale, in quelle condizioni, perché solo io posso prendermi cura di lui. Vorrei dirlo a questa ragazza, ma le parole mi muoiono tra i denti, e lei mi dice di non toccare nulla e di andare a sedermi sul divano, altrimenti le faccio perdere il conto e deve ricominciare da capo.

Mia madre chiude la valigia e mi dice che devo andare in bagno a fare pipì. Mi sfila la collana di perle e la mette in un sacchetto. Fuori la porta, mio padre ci aspetta in macchina con il motore acceso: non ricordavo dovessimo andare a casa dei nonni!

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Carne

Aveva ancora il respiro affannato.
L’adrenalina si abbassava gradualmente, lasciando spazio a lievi tremiti e brividi di freddo.
La stanza era rischiarata solamente dalle immagini di un vecchio film, che passavano senza l’audio; la poca luce intermittente del televisore illuminava i loro corpi, ancora nudi e madidi di sudore, che si cercavano sfiorandosi appena, come per timore di mandarsi in frantumi.
Il suo tocco così delicato ed incerto, era in contrasto con la violenza di qualche minuto prima; sembrava un’altra persona, mentre le accarezzava i capelli e la tirava a sé, come se non volesse lasciarla fuggire.

I graffi iniziavano a bruciare.
In un secondo, aveva già fatto l’elenco delle possibili scuse per giustificare quei segni che, dal collo, scendevano decisi verso i seni; le sembrava di sentire ancora le unghie di lui conficcate con decisione nella sua carne, mentre la guardava dall’alto, ansimando come un animale inferocito.
Non c’era scusa che avrebbe giustificato tanta precisione: avrebbe indossato una sciarpa.

Anche quella notte aveva fatto da spettatrice ad una passione incontrollabile, proibita, tenuta nascosta da pesanti tende viola e da una rete di bugie che tenevano alla larga qualsiasi tipo di intrusione dall’esterno, di dramma, di presa di posizione.
Non c’era passato, non c’era futuro; solo istinto, puro istinto animale, che stringeva quei due corpi variopinti fino quasi a fonderli insieme, che annebbiava la vista ed arrossava le guance, facendo perdere del tutto il lume della ragione, godendo del sangue che scorreva copioso.

Era strano, il loro rapporto.
Di giorno, ostentavano quella normalità che faceva comodo; cibo condito da inconsapevoli sorrisi, raramente insieme, mai a lasciar intendere che c’era ancora un legame tra loro, per tenere buoni tutti gli amici che, da tempo, consigliavano di lasciar perdere.
Ma di notte nulla seguiva più quella logica. Quando chiudevano quella porta, lasciavano tutto il mondo fuori e – di sicuro inconsapevolmente – si guardavano come prima.

Il battito cardiaco si era stabilizzato.
Sapevano benissimo che, di li a poco, si sarebbero salutati: lei si sarebbe rivestita velocemente sotto lo sguardo distratto di lui, troppo intendo a ripulire gli ultimi odori che il sesso gli aveva lasciato addosso ed a giustificare al telefono la sua assenza nelle ultime ore.
E sarebbero diventati di nuovo distanti.

Lo guardava, preso dalle sue cose, e le andava in pezzi il cuore quando lui non ricambiava quello sguardo, e si sbrigava ad accompagnarla alla porta.
Un rapido abbraccio, un bacio abilmente schivato e le chiudeva la porta alle spalle; e lei restava sola, al freddo, scaldata soltanto dal tepore del sole appena sorto e dalla consapevolezza che la notte sarebbe tornata presto.image4

 

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Risonanze

E’ buio pesto.

L’aria si attacca immobile ed umida alla pietra viva delle pareti della stanza. Ferma in quello che mi sembra il centro perfetto del pavimento, tento invano di orientarmi, di cercare un punto d’appoggio; con le braccia tese, cammino sfiorando il muro, non trovando nulla oltre la pietra dolcemente levigata dal tempo.

La patina di umidità bagna le mie dita; complice l’oscurità, l’udito si amplifica fino a permettermi di sentire il rumore delle gocce d’acqua che cadono dal soffitto al pavimento, alcune sul mio viso, sulle labbra secche, le gote arrossate dal caldo soffocante.

Tutto intorno c’è silenzio.

Non si sente nulla, nemmeno in lontananza, come se la stanza fosse chiusa sotto una campana di vetro ed isolata dal resto del mondo. C’è un silenzio opprimente, ma qualcosa mi fa sussultare: una sorta di vibrazione mi dona improvvisamente un pizzico del senso dell’orientamento che ho perso chissà quando e mi fa girare la testa di scatto, alla mia sinistra. Senza alcun indugio, lascio il muro di pietra, ormai diventato quasi rassicurante, ed attraverso la stanza in diagonale. Una pesante porta di legno, bagnata e maleodorante, si apre al mio tocco incerto e mi permette di lasciare la stanza.

Mi ritrovo in un corridoio. E’ ancora tutto buio, ma riesco a capirlo perché tocco la due pareti opposte con entrambe le mani, contemporaneamente. Una nuova vibrazione mi blocca il respiro: è più forte di quella che ho percepito nella stanza di pietra, e mi sembra di sentire qualcosa, anche se ho ancora il suono assordante del silenzio nelle orecchie. Continuo a percorrere il corridoio, un’altra vibrazione, poi la strada sbarrata da un portone in legno e ferro battuto; mi sembra di riuscire a riconoscere dei delicati fregi – foglie, insetti – sotto i polpastrelli. Lo spingo.

Finisco in una stanza circolare, ed una lanterna posata sul pavimento mi dona di nuovo la vista, permettendomi di accorgermi di una cinquantina di vecchie cornici appese alle pareti; all’interno di ognuna, bellissimi ritratti di donna deturpati da macchie di muffa e squarci netti, probabilmente inferti alle tele con grosse forbici appuntite. Nonostante gli irrimediabili danni, in alcuni quadri spiccano dei dettagli, e uno fra tutti, il più ricorrente, mi scaraventa in uno stato d’inquietudine mai provato prima: occhi, occhi chiari, spalancati e bagnati da lacrime che sembrano scivolare davvero sulla tela.

Il caldo mi da alla testa. Devo lasciare questa stanza, spinta da una nuova vibrazione, più intensa, molto più vicina; mi porta in un altro corridoio, stordita da un’altra vibrazione forte, e un’altra, e un’altra ancora, da un insopportabile dolore al petto e alle orecchie. Alla fine del corridoio, seduto a terra a gambe incrociate, c’è un uomo che mi da le spalle ed imbraccia una vecchia chitarra; non tardo ad intuire la provenienza di quelle vibrazioni che, adesso, sembrano farmi scoppiare il cuore.

Continuando a sfiorare le corde – come può un gesto così delicato produrre un tale strazio? – l’uomo si gira verso di me; toglie per un attimo le dita dalla chitarra e mi tende la mano, sorridendo. Ora le vibrazioni non fanno più male, e nella stanza risuona una melodia dolce ed inspiegabilmente rassicurante. L’uomo ha delle catene che gli stringono i polsi, tumefatti e sporchi di fango e sangue secco; deve provare un gran dolore, eppure continua a sorride e tendermi la mano, affinché io lo segua, magari verso l’uscita di quel posto claustrofobico, magari verso una desiderata luce.

Non posso correre rischi, non voglio farlo. Assicuro un brillante e resistente filo alla mia caviglia, il capo opposto ad un’incudine fredda e pesante. Mi faccio coraggio e prendo la mano di quel misterioso uomo.

Chi sei?

Tu risuoni.

 

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